Roberta Arcangeli, socia di Doc Creativity, si occupa di comunicazione e social media. Content creator e digital strategist, ha iniziato il suo percorso nella cooperativa lavorando nell’organizzazione di eventi. Fin dall’inizio, la comunicazione digitale ha affiancato il suo lavoro, crescendo nel tempo fino a diventare il suo ambito principale. 

Come si è evoluto il tuo lavoro nel tempo? 
«Ho iniziato lavorando nell’organizzazione di eventi e ho frequentato anche un master a Roma. In quegli anni sono arrivati i social media e si è creata fin da subito la necessità di occuparsi di comunicazione. Con il tempo mi sono resa conto che il mio lavoro serviva soprattutto a riportare l’attenzione del pubblico su eventi spesso un po’ dimenticati o trascurati. Si può dire quindi che sono partita davvero dalle basi, quando ancora non esistevano corsi di formazione dedicati ai social media. Ho imparato da sola, crescendo insieme al settore, e negli anni ho sviluppato competenze sempre più solide. Oggi affianco aziende, piccoli brand ed eventi nella creazione completa della loro comunicazione». 

Come ti poni nel rapporto comunicazione / turismo?
«Essendo appassionata di viaggi, a un certo punto ho creato un account Instagram dedicato proprio alle destinazioni e ai “posticini” particolari. Parallelamente ho iniziato a organizzare progetti di influencer marketing, soprattutto a Riccione, perché comunque è importante coinvolgere il Comune. La cosa positiva è che i primi due progetti li ho gestiti completamente da sola. Oggi il turismo non può prescindere dalla comunicazione digitale. Non tanto perché “bisogna esserci”, ma perché, se non ci sei tu, c’è sicuramente la tua concorrenza. Rimini, per esempio, è molto avanti in questo senso, mentre Riccione è ancora in una fase iniziale. Ci sono però tante città e tanti comuni che sono stati intraprendenti e hanno iniziato molto presto, mentre altri stanno ancora cercando di orientarsi. Per queste attività esistono anche finanziamenti europei: si possono organizzare progetti di comunicazione del territorio e ottenere fondi per sostenerli». 

Come mai hai scelto la cooperativa?
«Sono arrivata in cooperativa quasi per caso. Era il 2011 o il 2012, non ricordo esattamente. In quel periodo lavoravo con un’artista di Rimini che era stata chiamata dal Comune per un evento. Io non avevo la partita IVA e la ritenuta d’acconto era difficile da gestire, quindi sono stata, “costretta” a entrare in cooperativa, anche perché era una cosa fatta un po’ di corsa. Adesso però non la lascerei mai: mi tutela molto. E se voglio realizzare un progetto so che posso andare in cooperativa, strutturarlo insieme e avere tutto organizzato bene, sia dal punto di vista della sicurezza che della legalità. Spero anche che diventi sempre più uno spazio stimolante per lavorare insieme ad altre persone». 

Consiglieresti la cooperativa?
«L’ho consigliata a tutte le persone che ho incontrato nella mia vita fin dal secondo giorno, appena ho capito davvero come funzionava la cooperativa. E, lo ripeto, offre un tipo di tutela che lavorando da soli con partita IVA spesso non si ha». 

Qualche consiglio per chi inizia?
«Io credo che tornare alle origini sia fondamentale: essere sé stessi. Non bisogna rincorrere le tendenze, a meno che non ci si riconosca davvero in quella tendenza. Più sei autentico – come nella vita – più allontani chi non è in sintonia con te, ma allo stesso tempo attirerai persone che ti seguiranno proprio perché apprezzano la tua autenticità. È difficile, perché i social media impongono delle regole e, senza seguirle, l’algoritmo non funziona. Però, secondo me, nel medio e lungo periodo essere sé stessi paga sempre». 

Come vedi il futuro di questa professione?
«La gente si è un po’ stufata dei social: siamo sommersi di contenuti, non tutti interessanti, e siamo diventati davvero in tanti. Fino a qualche anno fa c’erano solo corsi di formazione, mentre oggi esistono corsi universitari, percorsi di marketing e tanta più preparazione. Questo è positivo, perché vedo ragazzi che escono con competenze altissime e fanno lavori davvero spettacolari. Più andiamo avanti, più credo che lavorare con l’intelligenza artificiale sarà l’unico modo per garantire qualità nei tempi che questo settore richiede. Oggi è difficile immaginare un futuro che non vada in quella direzione. Magari fra sei mesi dirò qualcosa di diverso, ma al momento mi sembra la strada più solida: imparare a usare gli strumenti di AI per non perdere il proprio lavoro o per trovarne di nuovi». 

Ritieni importante la formazione extra universitaria?
«La ritengo importante perché molte persone vorrebbero iniziare subito a fare qualcosa, ma non hanno il tempo per farlo. La formazione universitaria è sicuramente fantastica per i giovani, ma oltre una certa età ci sono persone che desiderano imparare a svolgere questo tipo di lavoro. È proprio per questo che organizzo corsi di formazione. In Italia, inoltre, esiste un problema significativo di digital divide: ci sono intere generazioni che sono, in tutto o in parte, escluse dalla possibilità di utilizzare computer o smartphone per svolgere le attività quotidiane».