Per oltre trentacinque anni, Enrico de Luigi ha attraversato la fotografia con lo sguardo inquieto e curioso di chi non smette mai di cercare. Dai set cinematografici internazionali alle spiagge di Rimini, dai ritratti alla moda, dalla pubblicità all’editoria, il suo obiettivo ha incontrato mondi, volti e storie molto diversi tra loro. Nel suo percorso compaiono nomi come Emir Kusturica, Nanni Moretti, Penélope Cruz e Ken Loach, ma anche la quotidianità autentica della sua Rimini, osservata con la stessa intensità.
Curiosità, sperimentazione e desiderio di esplorare sono il filo rosso che unisce tutta la sua ricerca visiva. Ed è proprio da questa energia che nasce Pancromatica, il laboratorio creativo dedicato alla fotografia d’autore: uno spazio aperto, vivo, pensato per condividere idee, visioni e nuove possibilità dello sguardo. In questa intervista, Enrico de Luigi racconta il suo viaggio dentro la fotografia, tra memoria, incontri e continua scoperta.
Il valore di uno sguardo personale
“La fotografia è cambiata tantissimo e continuerà a cambiare molto velocemente. Quando ho iniziato c’era un tempo diverso: si fotografava meno, si stampava di più, ogni immagine aveva un peso specifico diverso. Oggi viviamo immersi nelle immagini, quindi credo che il valore di un fotografo non stia più soltanto nella capacità tecnica – che ormai è molto più accessibile – ma nello sguardo, nella capacità di creare una relazione e costruire un linguaggio personale. Nel mio lavoro mi sto muovendo sempre di più verso esperienze ibride: fotografia, stampa, installazione, performance e processi artigianali come cianotipia e stampa Risograph. Mi interessa che l’immagine torni ad avere un corpo, una presenza fisica, una materia. A un giovane direi tre cose. La prima: fotografare tantissimo, ma soprattutto guardare tantissimo — cinema, pittura, fotografia, persone, vita vera. La seconda: non avere fretta di trovare uno stile, perché spesso arriva mentre stai lavorando. La terza: imparare a stare con le persone. La tecnica si studia, l’empatia è una parte enorme di questo mestiere, soprattutto se vuoi diventare un ritrattista. E poi una cosa importante: cercare di capire cosa hai da dire tu, non cosa funziona sui social!”
Dai set fotografici al cinema: un percorso in continua evoluzione
“Credo che il mio percorso sia nato tutto da una curiosità molto forte verso le persone e le storie. La fotografia per me è sempre stata un modo per avvicinarmi agli altri, quasi una scusa per entrare in mondi che altrimenti sarebbero rimasti lontani. Ho iniziato a Milano nei primi anni Novanta, in un momento molto fertile per la fotografia editoriale e musicale. Da lì il lavoro si è trasformato tante volte: ritratto, editoria, pubblicità, cinema come fotografo di scena. Ho avuto la fortuna di lavorare in contesti molto diversi, dai set cinematografici ai festival, da artisti e musicisti fino ai progetti più personali. Col tempo però ho sentito sempre più il bisogno di costruire anche spazi miei, più liberi. Pancromatica nasce un po’ da questo desiderio: non solo studio fotografico, ma luogo di incontro, stampa, mostre, sperimentazione e relazione. Oggi sento che il mio lavoro non è più soltanto “fare fotografie”, ma creare situazioni in cui le immagini possano nascere, essere stampate, condivise e vissute”.
Quando la fotografia diventa esperienza emotiva
“Forse uno dei lavori più significativi degli ultimi anni è il lavoro che sto portando avanti sul corpo e sulla percezione di sé, un progetto che ho chiamato MAGMA. Nasce da una riflessione sul modo in cui ci guardiamo e spesso fatichiamo ad accettarci. Realizzo ritratti di nudo in bianco e nero utilizzando specchi deformanti ispirandomi alla ricerca che fece André Kertész negli anni Trenta a Parigi. Ma il punto non è la deformazione in sé: è il processo che succede alle persone mentre si vedono trasformate, fragili, strane, diverse da come si immaginavano. In molti casi l’esperienza fotografica diventa quasi un attraversamento emotivo. Mi interessa quando la fotografia smette di essere soltanto rappresentazione e diventa esperienza. Un altro progetto molto importante è RISOGRAFIA, un collettivo di stampa indipendente nato per portare fotografia e stampa Risograph fuori dagli spazi tradizionali, dentro festival, piazze, eventi, usando una tecnica ecologica e a basso impatto, capace di restituire alle immagini una dimensione fisica, imperfetta e sorprendente”.
Lo sguardo oltre la tecnica
“Più che un singolo momento, credo ci siano stati alcuni passaggi che hanno cambiato direzione al mio lavoro. Uno sicuramente è stato entrare nel mondo del cinema e lavorare come fotografo di scena. Quell’esperienza mi ha insegnato moltissimo sul racconto visivo, sulla luce, sull’attesa, sul rapporto tra immagine e narrazione. Un altro momento importante è stato capire che volevo costruire qualcosa di mio, un luogo e non soltanto un’attività. Pancromatica, da questo punto di vista, ha rappresentato una svolta: un modo per mettere insieme fotografia, stampa, incontri, mostre e ricerca personale”.
La forza delle connessioni
“Credo che oggi, in un mestiere sempre più frammentato e individuale, fare parte di una realtà cooperativa abbia ancora molto senso. Il primo motivo è sentirsi meno soli. Questo lavoro può essere molto individuale e a volte dispersivo: confrontarsi con altri professionisti, condividere dubbi, opportunità ed esperienze è importante. Il secondo è la tutela professionale. Avere un’associazione che rappresenta il lavoro dei fotografi, che segue i cambiamenti del settore e che prova a dare strumenti concreti, credo abbia un valore reale. Il terzo è la possibilità di creare rete. Molte occasioni nascono dagli incontri, dalle relazioni, dalle collaborazioni inattese. Spesso il nostro lavoro cresce anche grazie alle persone che incontriamo lungo il percorso”.
