Lisa Dal Lago è una socia Doc Creativity graphic designer, fotografa, curatrice fotografica ed esperta di comunicazione. 

Cosa intendi per trasversalità della cultura pop?
«Per me arte e cultura rappresentano un mondo integrato: tutte le forme d’arte e di comunicazione collaborano tra loro, si intersecano e si influenzano a vicenda. L’ho realizzato durante l’università, mentre studiavo “Estetica dei nuovi media”. In quel periodo mi ero anche appassionata a una serie televisiva, Doctor Who. Guardandola nel tempo libero mi sono accorta che, in realtà, ciò che vedevo per puro divertimento trovava degli echi nelle teorie che stavo studiando, come quelle di Lev Manovich. Questo mi ha fatto capire che nella cultura pop ci sono tantissimi rimandi a quella che spesso definiamo ‘cultura alta’. Attraverso queste connessioni scopriamo la storia, la lingua, l’arte e persino nuovi sistemi di comunicazione di un paese».  

Il tuo modo di lavorare è trasversale tra le arti?
«Il mio modo di lavorare è diventato trasversale. Ero partita da un amore per le lingue straniere e, dopo il liceo, ho scoperto la fotografia. Da lì ho deciso di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti. Il piano di studi era focalizzato sulla progettazione grafica, un campo per me completamente nuovo, ma lasciava anche spazio alla fotografia. È stata un’esperienza fondamentale: mi ha insegnato a vedere le cose in modo diverso e a intuire come tutto sia connesso». 

Quanto è importante il tempo dedicato alla formazione?
«La ricerca e la formazione sono fondamentali e continue. La comunicazione visiva non si sviluppa in un vuoto: è sempre legata all’umano, alla società e a ciò che ci circonda. Bisogna coniugare aggiornamenti tecnici con conoscenze teoriche, culturali e critiche».

Come vedi il futuro del tuo lavoro da qui a 5 anni? 
«Approcciarsi ai mezzi di comunicazione senza consapevolezza del contesto è impossibile: è fondamentale saper coniugare gli aggiornamenti tecnici con quelli teorici, culturali e critici. Nei prossimi cinque anni dovremo necessariamente confrontarci con l’intelligenza artificiale. Non servono solo tecnici, ma persone capaci di riflettere sull’uso dei mezzi e della comunicazione. I creativi non svolgono un lavoro di semplice manovalanza: il loro valore risiede nella capacità di dare significato, di interpretare. La sfida che viviamo oggi – e che, a mio avviso, si intensificherà sempre di più – è proprio quella di far comprendere quanto questo sia importante. L’intelligenza artificiale ha riportato alla luce un tema che esiste almeno dall’invenzione della fotografia: il confine sottile tra realtà e finzione. Dobbiamo interrogarci sul nostro rapporto con la verità, con la rappresentazione e con le narrazioni che costruiamo nelle nostre menti, e che poi utilizziamo per vivere, agire e comunicare. Questi, secondo me, sono i temi fondamentali che, come professionisti, siamo chiamati ad affrontare».  

Come gestisci il tuo lavoro a livello burocratico? 
«Dal punto di vista burocratico e amministrativo, il mio lavoro ha ricevuto un supporto fondamentale dalla cooperativa Doc Creativity, di cui sono socia dal 2018. La mia referente, Valentina, mi ha seguito sin dall’inizio con grande disponibilità, e non solo lei: anche altre colleghe e diversi membri della rete mi hanno offerto un aiuto prezioso. Avere la cooperativa alle spalle mi trasmette una grande tranquillità, soprattutto in un settore che richiede costante adattabilità e che porta con sé molte sfide e difficoltà». 

Qualche consiglio per chi inizia questo tipo di lavoro? 
«Credo che la cosa più importante sia costruire una rete tra professionisti, anche appartenenti a discipline diverse, trovare collaboratori fin dall’inizio e non avere paura di sperimentare. Allo stesso tempo, è fondamentale non svendersi: questa è probabilmente la sfida più grande per chi muove i primi passi in questo mondo, ovvero imparare a riconoscere e difendere il proprio valore. Il mio consiglio è di essere versatili, competenti, precisi e curiosi; sapersi adattare, amare il proprio lavoro e riconoscerne l’importanza. E, soprattutto, fare rete: perché la rete, davvero, salva la vita».